
La questione dell'etica
del cinema suscita un interesse non solo in ambito educativo ma anche accademico. Essa riguarda il modo con cui viene istituita la relazione tra l'istanza narrante e lo spettatore, ovvero sulla possibilità di cooperazione nel testo e la previsione di uno spazio vuoto, lo spazio della libera responsabilità dello spettatore. Il volume muovendo dai guadagni della psicologia, della sociologia e della semiologia, nonché dell'etica della comunicazione, concentra l'attenzione sullo spettatore e sulla libertà concessa allo sguardo spettatoriale. La riflessione si arricchisce di un
focus sulle questioni di grande impatto nel dibattito etico con cui il cinema si è confrontato negli ultimi venti anni. La rassegna di opere analizzate dimostra come ogni questione (anche l'eutanasia e l'aborto) possa essere rappresentata dal cinema evitando l'insincerità, la superficialità e la manipolazione ideologica.

Dopo la descrizione della complessità del contesto storico e religioso nel quale si colloca l'annuncio del Vaticano II (lo scenario geopolitico internazionale, il cambio di pontificato tra Pio XII e Giovanni XXIII, il cambio delle politiche tra i due blocchi, USA-URSS, e l'esperienza italiana del governo di centro-sinistra), l'Autore rileva come il Concilio si avvii con uno stile di pontificato assolutamente nuovo e in un'epoca in cui, in Europa e in Italia, si registra un cambio sociale reso evidente dai consumi culturali e dal processo di sviluppo del sistema dei media. Proprio lo sviluppo dei media porterà il Concilio a fare i conti con un modello di comunicazione a cui la Curia romana era poco abituata. Se l'iter di approvazione dell'Inter mirifica risulta faticoso e con una recezione piuttosto negativa, i documenti successivi - grazie alla maturità della discussione -, conterranno sviluppi decisamente più interessanti: basti pensare alla Gaudium et spes.
Il volume si chiude evidenziando l'eredità del Concilio, in particolare per quanto riguarda la teologia della comunicazione (soprattutto per l'impulso dell'Istruzione pastorale Communio et progressio). È proprio dall'eredità che scaturiscono le prospettive e il senso di una storia che continua.

Il potere e la leadership contengono una forza e un'attrazione irriducibili e a volte anche indossare una semplice uniforme può radicare in ognuno un falso, inestinguibile senso di superiorità. Charlie Chaplin, splendido attore che si calava sempre a perfezione nel ruolo che stava interpretando, quando per la prima volta indossò i panni di un personaggio tirannico e arrogante, Hynkel, rimase stupefatto dal risultato e si lasciò sfuggire un commento: «È solo perché ho addosso questa dannata cosa che mi comporto così». Anche nelle mani dei cineasti, però, si concentra una sorta di "potere": quello di poter guidare lo spettatore. Per questo, alla fine degli Trenta, turbato e angosciato dal dilagare delle dittature, Chaplin impugna la sola arma a sua disposizione, la comicità, per ritrarre Hitler (Il grande dittatore, 1940) proprio mentre si sta trasformando da convinto ultranazionalista a vero "leader trasformativo", macchiandosi di quelle scelte rischiose e immorali che cambieranno il corso della Storia. La maschera del potere. Carisma e leadership nel cinema (Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, Roma 2012) di Dario Edoardo Viganò è un libro che nasce dalle riflessioni dell'Autore in occasione del Convegno internazionale Leadership. Leaders and new trends in political communication, organizzato dal professor Michele Sorice, direttore del Centre for Media and Communication Studies "Massimo Baldini" della LUISS Guido Carli nel 2011. Il volume offre un percorso analitico sul potere, sulla rappresentazione della leadership, nel cinema italiano e hollywoodiano. Ispirandosi alle complesse vicende politiche e sociali dell'Italia dal dopoguerra ai giorni nostri e a una consolidata tradizione cinematografica, Viganò approfondisce il tema del potere cercando di svelare le maschere che esso ha utilizzato. Dal cinema di impegno civile alla commedia all'italiana, passando attraverso le incursioni d'autore e la contestazione, il poliziesco e il cinema di genere, in un cortocircuito fra riso e denuncia, sull'esile filo del grottesco, dove tanti si sono avventurati, ma pochi con senso dell'equilibrio. Dai rari esempi di autentica leadership nel cinema italiano, si procede poi con la cinematografia che più ha riflettuto sul concetto di leader, quella americana, forte di un idealismo mai sopito e di un pathos mai negato, capace però di scavare nelle sue ferite più laceranti con una profonda forza introspettiva e, nel contempo, rappresentativa.
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POP film ART. Visual culture, moda e design nel cinema italiano degli anni '60 e '70 (Centro Sperimentale di Cinematografia - Cinecittà Luce - Edizioni Sabinae, Roma 2012) è il volume curato da Stefano Della Casa e Dario Edoardo Viganò che si propone di analizzare la Pop Art, nello specifico le forme con cui la Pop Art ha contaminato l'industria cinematografica italiana tra anni '60 e '70. Da quando, infatti, la scuola di New York sbarca alla Biennale di Venezia del 1964, con il Gran Premio per la pittura assegnato a Robert Rauschenberg, il Pop si trasforma progressivamente da corrente d'avanguardia a nuova estetica di massa protagonista del tempo libero. Il cinema, naturalmente, non può non assorbire la "nuova figurazione": spesso si limita a registrarla in modo trasparente, quasi inconsapevole, come smalto o patina di modernità da applicare nei film (le produzioni della Fair Film di Mario Cecchi Gori negli anni '60, come Il profeta di Dino Risi o Adulterio all'italiana di Pasquale Festa Campanile). Nei casi più interessanti, invece, alcuni tra gli autori più attenti la assumono in forme ludiche e parossistiche (Diabolik di Mario Bava, La decima vittima di Elio Petri, Lo scatenato di Franco Indovina, Sissignore di Ugo Tognazzi) o ne ripropongono l'interrogativo di natura estetica (Il deserto rosso, Blow-Up e Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni; Dillinger è morto di Marco Ferreri). Oltre ai saggi dei due curatori, Dario E. Viganò (Appunti per un'estetica del cinema italiano; Il colore di un'epoca: i manifesti cinematografici) e Stefano Della Casa (Cinema nazional-pop), il libro raccoglie studi di accademici ed esperti del settore: Vittorio Sgarbi (Pop, non pop. Mimmo Rotella e l'immaginario cinematografico nella pop art), Gianni Canova (L'ipertrofia delle cose. Cinema, design e architettura nell'Italia degli anni '60), Pierpaolo De Sanctis (Esterno/interno pop: mode e modelli visivi sugli schermi italiani del dopo-boom), Bruno Di Marino (Truke, mascherini e dé-collages: artigianato e speriementazione nei credits e nei trailer), Luca Barra (Caroselli firmati. Quando l'arte pop promuoveva benzine, calze e scatole di pasta), Domenico Monetti (Nerosubianco: quando il cinema pop incontrò il fumetto) e Luca Pallanch (Quando eravamo pop: artisti vs. designer). Il libro si compone, inoltre, di interviste a protagonisti dell'industria cinematografica dell'epoca (i registi Roberto Faenza, Giulio Questi, Corrado Farina, Piero Schivazappa, Franco Brocani; il produttore Ettore Rosboch; lo scenografo Pier Luigi Pizzi; il creatore di trailer e di titoli di testa Miro Grisanti), nonché di un'ampia filmografia ragionata composta da oltre 100 schede critiche dei film considerati più pop. Per visualizzare al meglio l'impatto della Pop Art nell'immaginario collettivo scolpito dal cinema, il volume è corredato anche da un ricco apparato iconografico suddiviso in 8 gallerie tematiche (moda, design, geometrie, opere d'arte, titoli di testa, grafica, fumetto, pubblicità), costruite da foto di scena e fotogrammi dei film analizzati.
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Il libro "Cari Maestri. Da Susanne Bier a Gianni Amelio i registi si interrogano sull'importanza dell'educazione" - indirizzato non soltanto a chi ha un rapporto privilegiato, immediato e quotidiano con i più giovani, ma anche ai cineasti che rivestono oggi un ruolo fondamentale nell'universo educativo - vuole essere un attraversamento trasversale della storia del cinema nel tentativo di cogliere le modalità di rappresentazione dei tre universi educativi: scuola, famiglia e territorio. Non si tratta di una raccolta con pretese enciclopediche; più semplicemente di una rassegna tesa a presentare le principali opere cinematografiche che hanno affrontato questi temi, film densi di spunti di analisi. L'intento alla base dell'opera è, infatti, quello di fornire uno strumento agile e funzionale a coloro che sono interessati ad approfondire la questione educativa; a coloro che intendono affrontare una riflessione sull'emergenza educativa e sui principali attori del sistema educativo di formazione delle nuove generazioni, ripensando a partire dal ruolo fondamentale dei media, nello specifico l'universo cinematografico. Proprio questo è il motivo che ha spinto Dario E. Viganò a rendere parte integrante del volume quattro interviste, concesse da quattro maestri del cinema italiano e internazionale - Gianni Amelio, Susanne Bier, Riccardo Milani e Giovanni Veronesi - che hanno accettato di ragionare sull'universo educativo, mediante la condivisione di esperienze autobiografiche e cinematografiche, che costituiscono un ottimo spunto di riflessione nella loro coralità. Il libro è, dunque, rivolto agli studiosi e a coloro che operano nel mondo della comunicazione, ai docenti dei vari livelli scolastici (soprattutto delle medie inferiori e superiori), ma anche agli animatori della comunicazione e della cultura, a coloro che animano le Sale della Comunità, i cineforum.

L'argomento e l'ispirazione del libro è l'analisi delle strategie di comunicative dell'8x1000, con una particolare propensione per le campagne condotte per la televisione a partire dalle pioneristiche esperienze dei primi anni Novanta. Raccogliendo l'esperienza dello studio circa le politiche comunicative della Chiesa cattolica a partire dagli anni Sessanta, il testo si propone anzitutto di offrire al lettore le coordinate entro le quali viene maturando, in Italia, l'esigenza della revisione del Concordato e la stipula degli Accordi di Villa Madama; i mutamenti che hanno dato vita al nuovo sistema di sostegno alla Chiesa cattolica, un disegno che muove su logiche di trasparenza, libertà e corresponsabilità. Dopo una ricognizione sull'evoluzione della pubblicità televisiva italiana, sui cambiamenti strutturali e di forma che hanno caratterizzato la pubblicità prima commerciale e poi sociale, il testo si concentra sull'analisi degli spot televisivi dell'8x1000, sulla scorta di una metodologia mista, con una prevalenza d'uso per la semiotica generativa (A. J. Greimas); uno sguardo che permette di far emergere la dinamica narrativa insita nelle varie fasi che caratterizzano l'evoluzione della comunicazione dell'8x1000. Guardando, inoltre, alle sfide che la Chiesa cattolica è chiamata ad affrontare nei prossimi anni, per quanto concerne la strategia di comunicazione relativa al proprio sostegno economico, vengono proposti guadagni e spunti di riflessione sul social advertising, le nuove proposte comunicative della pubblicità sociale, in particolare dell'unconventional. Gli approcci utilizzati traggono origine da diversi ambiti, tra cui basilare è quello semiotico: una "scatola degli attrezzi" necessaria per la comprensione del funzionamento del testo e la sua decostruzione nei vari livelli che lo compongono; al contempo una disciplina che, utilizzata solitaria, sconta diversi vuoti. Focalizzandosi sullo spot, sul libro o su qualsiasi altra forma testuale culturalmente significativa, l'approccio semiotico tralascia ad esempio la riflessione sulle audience, coloro cioè che di fatto consumano l'esperienza. È quindi necessario intendere la semiotica come disciplina di cerniera, con il sostegno di strumenti provenienti dalla sociologia.
L'era mitica della Hollywood sul Tevere, quando i divi americani sbarcavano dalle passerelle dell'aeroporto di Ciampino e passeggiavano per via Veneto pronti a farsi immortalare dai "paparazzi", dando l'illusione ai romani di trovarsi in un set a cielo aperto. Erano gli anni d'oro di Cinecittà, quando Roma era la vera capitale del cinema e tutti erano un po' Nando Moriconi e sognavano una zia o uno zio che da oltreoceano realizzasse il loro personalissimo "sogno americano". Erano gli anni della "Dolce vita", dei gossip consumati ai tavolini dei bar, delle sedute collettive di sceneggiatura e dei litigi epocali nelle camere d'albergo. Anni che strapparono a Ennio Flaiano il caustico aforisma: "Coraggio. Il meglio è passato". Anni da tabloid che in questo libro i curatori Dario E. Viganò e Steve Della Casa cercano di "fotografare", orchestrando una panoramica a più voci. Da Elena Mosconi a Simone Venturini, da Guglielmo Pescatore a Orio Caldiron, da Raffaele De Berti a Alberto Crespi, da Marco Spagnoli a Luca Pallanch si fa luce sul sistema produttivo di Cinecittà, sulle sfarzose produzioni dei kolossal, sui nuovi registi arrivati da un "altro mondo", sul fenomeno del divismo che affollava le pagine dei rotocalchi e sul sogno a stelle e strisce che conquistò tutti - da Dino De Laurentiis a Anna Magnani - fino a spingere alcuni a comprare un biglietto di sola andata per il futuro. Un libro fotografico realizzato grazie allo smisurato archivio del Centro Sperimentale di Cinematografia e di Cinecittà Luce, ma soprattutto l'irriverente e disincantata rilettura di un mito, arricchita dagli aneddoti e dai ricordi pieni di nostalgia dei protagonisti dell'epoca: dal direttore della fotografia Giuseppe Rotunno al cartellonista Silvano "Nano" Campeggi, fino agli attori Elsa Martinelli, Lando Buzzanca e Franco Interlenghi e al regista Giovanni Fago. Un mondo in bianco e nero che non c'è più, ma che ancora oggi è capace di accendere la miccia della fantasia.

Educatore eccentrico, missionario eroico, detective intraprendente, predicatore goffo e logorroico, professorino carrierista e corrotto: alcuni dei tratti del prete nella provocatoria semplificazione che il cinema, complice anche il piccolo schermo, ha spesso raccontato. Nella vasta produzione non mancano anche istanze critiche circa alcuni cambiamenti sopraggiunti nel passaggio dalla cultura moderna a quella contemporanea.
Il volume nasce da una precisa contingenza: l'Anno Sacerdotale, indetto da Benedetto XVI in occasione del 150° anniversario della nascita del santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney. Il testo è diviso in due parti. La prima è dedicata a ripercorrere le diverse rappresentazioni del prete nel cinema e a suggerirne alcune polarizzazioni: dall'esercizio del ministero all'impegno sociale. La seconda, invece, è costituita da nove testimonianze di registi italiani, otto grandi maestri e giovani promesse autoriali (P.Avati, S.Basso, M.Bellocchio, M.Calopresti, S.Costanzo, A.D'Alatri, R.Faenza, F.Patierno, C.Verdone). L'obiettivo complessivo del lavoro è offrire una proposta per comprendere alcuni aspetti particolarmente importanti della vita di un prete.
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È più di un semplice vocabolario il "Dizionario della comunicazione", curato da Dario Edoardo Viganò, ordinario di comunicazione alla Pontificia Università Lateranense e membro del Comitato direttivo del "Centre for Media and Communication Studies 'Massimo Baldini'" della LUISS Guido Carli. Il volume - presentato il 10 dicembre 2009 a Roma con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato, tra gli altri, i professori David Forgacs (University College of London) e Philip Schlesinger (University of Glasgow) - è stato pubblicato dopo un lavoro durato quasi due anni. "Un'impresa titanica - commenta il prof. Viganò - che ha coinvolto ben 106 autori, professori provenienti da più di 20 Università italiane e straniere (tra cui la Sapienza di Roma, la Pontificia Università Lateranense, la LUISS, l'Università Cattolica di Milano, l'Università di Pisa, l'Università della Svizzera italiana di Lugano, l'Università di Stirling in Inghilterra, la Pontificia Università Cattolica di Buenos Aires), nonché affermati professionisti del mondo della comunicazione. La differente provenienza degli autori contribuisce al disegno di un caleidoscopio di metodiche che arricchiscono l'approccio al mondo della comunicazione".
La particolarità del "Dizionario della comunicazione" risiede nella sua architettura interna moderna e funzionale, che prevede un'articolazione per "Approcci", "Ambiti" e "Focus". Gli "Approcci" definiscono ognuno dei settori disciplinari (storia, media, economia, semiotica, sociologia, psicologia, educazione, teologia, etica, politica): all'inizio di ognuno di essi un saggio introduttivo fornisce un inquadramento generale e sistematico degli argomenti, definisce i paradigmi teorico-critici e le procedure metodologiche di riferimento, tratteggiando gli sviluppi cronologici e le personalità di spicco della disciplina. Gli "Ambiti" sono saggi di taglio spiccatamente informativo, attraverso i quali vengono presentati, nei loro tratti salienti, argomenti, temi, percorsi e nodi concettuali fondamentali per indagare il mondo della comunicazione a partire dalla prospettiva disciplinare di riferimento. I "Focus", infine, offrono schede informative che presentano correnti culturali, movimenti di opinione, invenzioni, opere, eventi e fatti di varia natura che arricchiscono e concludono gli "Ambiti".
L'opera coniuga esattezza scientifica, rigore metodologico e una decisa vocazione all'approfondimento con chiarezza espositiva e agevolezza nella consultazione. Tali caratteristiche rendono il "Dizionario" ideale sussidio didattico per studenti universitari, ma anche valido strumento informativo per tutti coloro che operano nel settore della comunicazione.
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Il più rilevante guadagno teorico fornito dagli studi contemporanei sulla comunicazione consiste nella consapevolezza che l'evoluzione delle tecnologie comunicative di cui l'uomo può storicamente disporre si costituisce come prodotto, elemento determinante e agente di ristrutturazione profonda tanto dei modelli cognitivi individuali quanto delle società umane nel loro complesso.
Il cammino attraverso cui si snoda il volume parte quindi, necessariamente, da una breve analisi di quelli che sono stati i momenti principali di svolta tecnologica nella storia dell'uomo e, dopo aver individuato gli aspetti più rilevanti delle diverse mutazioni antropologiche seguite all'introduzione di alcuni nuovi media, giunge a concentrarsi sull'esame delle caratteristiche peculiari degli strumenti di comunicazione di massa più moderni, dalla fotografia al cinema, dalla televisione a internet. Obiettivo principale del testo, lungi dal voler fornire un quadro teorico sistematico e definitivo, è indicare un insieme coerente di tematiche capaci di sollevare ulteriori e proficui interrogativi e spunti di riflessione, e di promuovere un dibattito aperto ai più diversi contributi.

Nella sua storia, la Chiesa ha assunto strategie di comunicazione diverse a seconda delle epoche, accompagnandole a riflessioni la cui eterogeneità mostra le differenti preoccupazioni pastorali che di volta in volta emergevano. Un dato è inequivocabile: l'attenzione maggiormente sistematica e organica alle comunicazioni sociali emerge con forza a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Il volume intende rintracciare, nei grandi mutamenti geopolitici internazionali e nel riverbero tutto italiano, le coordinate dell'impegno della Chiesa nel mondo dei media, nel suo essere comunità dei discepoli a cui il Signore ha affidato il mandato di andare e annunciare a tutto il mondo la bellezza del Regno di Dio.
A partire dagli anni Sessanta (fino agli anni Duemila), il libro segue le scansioni decennali indicando anzitutto lo scenario geopolitico internazionale e i riflessi nella società italiana. Segue, per ogni capitolo, la ricognizione delle riflessioni e delle strategie comunicative sia della Chiesa universale sia, nello specifico, della Chiesa italiana. Ogni capitolo è corredato poi da alcuni focus relativi a eventi - come negli anni Sessanta il caso del film "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini - o scelte strategiche della Chiesa - negli anni Ottanta la nascita del Corallo e successivamente il polo dell'emittenza radiotelevisiva della Conferenza Episcopale Italiana.

L'attuale profilo della contemporaneità, il muoversi frenetico della storia, sempre pronta a passare il testimone alla velocità di una comunicazione "da staffetta", suggeriscono d'intraprendere un avvicinamento alla questione "omelia" dal punto di vista comunicativo. Anche perché la stessa omelia è un vero e proprio gioco d'azione comunicativo, un gioco mai concluso tra le parole e i significati. Sarebbe troppo semplicistico ridurre la questione alla tipologia del linguaggio. Al contrario il modificarsi dei profili antropologici dice proprio quella complessità di ripensamento e di rinnovata coscienza per una prassi tanto antica quanto decisamente feconda.
Il libro si sofferma ad analizzare la prassi omiletica nel contesto attuale della comunicazione massmediale che si stabilisce sempre più come sistema di relazione privilegiato. Gli autori, esperti di comunicazione sociale, a partire da questo scenario s'interrogano sulle criticità proprie della prassi omiletica oggi, in modo che il linguaggio omiletico possa sempre più adeguarsi a quello attuale sia nell'esposizione dei contenuti sia nell'efficacia.

Negli ultimi anni è emersa con sempre maggiore evidenza l'impossibilità di una storia del cinema separata dall'orizzonte di una storia della cultura. I fenomeni e le istituzioni cinematografici si sono rivelati parte integrante del complesso meccanismo mediante il quale un corpo sociale rappresenta la propria identità, costruisce la propria memoria, consegna un senso alle proprie scelte. La cultura assume infatti all'interno della modernità una dimensione di massa e dunque una estrema ricchezza di dinamiche e tensioni comunicative:
fenomeni cui il cinema partecipa in prima persona. E' appunto a partire da questa congiunzione tra storia del cinema e storia della cultura che quest'opera, suddivisa in tre volumi, intende ricostruire la complessa vicenda del rapporto tra la Chiesa e il cinema in Italia, dalle origini del medium ai nostri giorni.

La sala della comunità, prima ancora che essere struttura, è un'esperienza che appartiene alla comunità cristiana nella sua costitutiva dimensione missionaria. Il testo curato da Dario Edoardo Viganò costituisce un prezioso aiuto nel comprendere la strategica scelta della sala della comunità, nell'orizzonte di una rinnovata coscienza missionaria della Chiesa italiana. Tracciando il percorso compiuto dalla sala del cinema parrocchiale alla sala della comunità, il volume presenta un'articolata riflessione sul nesso costitutivo tra sala della comunità e dimensione missionaria dell'azione ecclesiale. La sala della comunità come crocevia di iniziative culturali molto spesso di grande profilo, che soffrono però di una certa insignificanza sociale perché complesso e difficile è il marketing delle idee. Aspetti su cui il testo si sofferma, con approfondimenti analitici e la testimonianza di rinnovate strategie di una sala nel proprio territorio.

In una fase storica gravida di radicali trasformazioni, Pio XII pronuncia i due Discorsi sul film ideale (21 giugno e 28 ottobre 1955), momenti tutt'altro che secondari di quel vasto processo di lettura e interpretazione pacelliana della modernità che si snoda lungo diciannove anni di pontificato. A cinquant'anni dalla diffusione dei Discorsi, questo volume muove dall'esigenza di ricondurre l'attenzione degli esperti di cinema e di comunicazione, come anche quella degli storici e dei semplici spettatori, sulle linee guida che compongono l'orizzonte interpretativo tracciato da Pio XII attorno al cinema.

Il testo rappresenta la prima raccolta completa delle opere cinematografiche sulla storia di Gesù. Il volume è diviso in tre parti: la prima affronta i problemi teorici sottostanti alla messa in scena della vicenda di Gesù - problemi semantici, semiotici e pragmatici - suggerendo una tipologizzazione della variegata e ampia produzione cinematografica dalle origini a oggi. Si tratta di una bussola per orientarsi tra le più differenti rappresentazioni della vicenda di Gesù, comprendendo anche quei testi cinematografici definiti parabolici, racconti che, senza mettere in scena la figura di Gesù, in qualche modo ne sono icona, metafora, parabola. La seconda è costituita dalla raccolta delle schede dei film realizzati dal 1895 al 2004, schede redatte secondo le più complete e analitiche metodologie filmografiche. La terza parte offre, in ultimo, una ricca bibliografia specifica sul tema cristologico, che aduna articoli e saggi nell'area europea e statunitense. Un'opera utile sia per lo studioso delle problematiche intersemiotiche sia per coloro che desiderano avviarsi, complice la settima arte, nel fascinoso cammino che guadagna inediti sguardi su Gesù.

Nel mondo della galassia elettrica ed elettronica le competenze comunicative sono richieste in un numero crescente di professioni e, per di più, le conoscenze sui processi psicologici, sociologici e semiologici, si sono fatte sempre più raffinate. In tale contesto si colloca il volume di Dario Edoardo Viganò, in cui egli aduna, con straordinaria competenza e chiarezza, una mole ammirevole di materiali. Il risultato è un libro agile, documentato, prezioso per avere una visione d'insieme della problematica connessa alla comunicazione, ma anche utile per ampliare prospettive ed esplorare orizzonti. L'opera si articola in cinque ampi capitoli e prende l'avvio dell'esame del termine "comunicazione", un termine di cui esistono ormai innumerevoli definizioni (Dance e Larson ne hanno raccolte ben 126), un termine "irritante" per la sua inafferrabilità, ma anche terribilmente "affascinante". Con un linguaggio piano e con un argomentare ricco di esempi Viganò ripercorre la storia della comunicazione nelle sue tappe salienti, si sofferma a esplicitare i vari modelli che sui processi comunicativi sono stati avanzati negli ultimi decenni (da Lasswell a McQuail, da Shannon a Weaver, da Jakobson ad Eco e Bettetini, ecc.). Infine, illustra i concetti di base dell'attuale rete teorica semiotica. Ne emerge un libro che è, a un tempo, uno strumento didattico, ma anche un'opera ricca di notazione e spunti nuovi, originali.

Nel primo volume de La camera oscura, curato da Dario Edoardo Viganò, è stata affrontata la capacità del cinema di farsi memoria e di presentarsi come uno specchio in grado di proporre uno sguardo altro. Tema al centro del secondo volume è, invece, il rapporto tra cinema e immaginario, sotto profili diversi e complementari, partendo da una impostazione teorica supportata da riferimenti a pellicole significative. Vengono analizzati anche i rapporti tra cinema e fumetto, e tra cinema e televisione. Il volume presenta inoltre una raccolta di schede, complete di dati essenziali, soggetto del film e giudizio critico, di pellicole selezionate dagli autori per esemplificare il percorso compiuto.

Il tema della memoria è di grande importanza ed è al centro di una crescente attenzione nella riflessione sui mass media e sul cinema in particolare; soprattutto, è parte integrante della nostra esistenza. Il cinema si presenta, dal canto suo, come macchina della memoria e come specchio che propone uno sguardo altro che ci fa scoprire qualcosa di noi stessi, una possibilità di guardare la nostra memoria, personale e collettiva, da un punto di vista diverso. Il volume curato da Dario Edoardo Viganò propone quattro saggi che esaminano il rapporto tra cinema e memoria secondo visuali differenti e complementari, documentando il discorso con puntuali citazioni cinematografiche lungo la storia della settima arte. Il testo si conclude con delle schede, complete di dati essenziali, soggetto del film e giudizio critico, delle pellicole scelte dagli autori.

Suddiviso in tre sezioni - testi dei Pontefici, atti della Curia romana e documenti della Chiesa italiana - il volume di Dario Edoardo Viganò presenta lo sviluppo cronologico degli interventi della Chiesa sul cinema offrendo per ciascuno di essi una nota sintetica per una corretta comprensione. Sono raccolti non solo i documenti dedicati esclusivamente al cinema, ma anche brani tratti da altri testi inerenti il mondo della comunicazione e della cultura in senso lato. Tramite gli indici, il lettore ha inoltre la possibilità di avvicinarsi ai testi mediante una molteplicità di accessi: cronologico, per pontificato e tematico.

Pensato come completamento de Il cinema delle parabole vol. 1, il testo vuole riprendere l'analisi semiotica di alcuni testi cinematografici della storia. In particolare vuole mostrare come le narrazioni di grandi autori del passato, come Carl Theodor Dreyer, Robert Bresson, Luis Buñuel e Ingmar Bergman, si presentino come vere e proprie parabole della vicenda cristica. Basti pensare al curato di Bresson che, malato di cancro, può cibarsi solo di pane raffermo e vino, rimandi fin troppo espliciti alla dimensione eucaristica.

Il testo di Dario Edoardo Viganò e di Daniella Iannotta affronta una delle tensioni più espressive della filosofia del Novecento, il contrasto fra l'interpretazione rigidamente razionale e strumentale, che trova la sua massima realizzazione nell'ambito delle scienze, e la valorizzazione di una sensibilità aperta a dimensioni più ampie di quelle rigidamente scientifiche, alla dimensione artistica e, in particolare, a quella del cinema. L'opera ripercorre - nel contributo di Daniella Iannotta È rappresentabile l'invisibile? Fondamenti teorici e prassi cinematografica - le tappe dello sviluppo dell'ermeneutica contemporanea; il saggio di Dario E. Viganò Bibbia e cinema: un rapporto originario e irrisolto affronta invece, dal punto di vista semiotico, la questione delle rappresentazioni cinematografiche del testo biblico.

Krzysztof Kieslowski, Lars Von Trier, Abel Ferrara, Ermanno Olmi. Sono i registi presi in esame nel primo volume de Il cinema delle parabole. Si tratta di autori i cui film si presentano come traduzioni paraboliche delle narrazioni bibliche. Se nel cinema di Kieslowski la parabola è quella «della prossimità a Dio», in Lars von Trier è decisamente cristologica ed esprime il «riscatto dal nonsenso». È «trasgressiva» la parabola di Abel Ferrara, mentre nel cinema di Ermanno Olmi è il «tempo» stesso a essere inteso «come forma di parabola».

Alla figura di Edith Stein è dedicato il film di Márta Mészáros La settima stanza, premio OCIC alla Mostra del cinema di Venezia 1995. Il volume offre due approcci differenti al film: il primo a firma di Carla Bettinelli raccoglie e presenta l'originalità del pensiero della filosofa a partire da alcuni brani cinematografici; il secondo, a firma di Viganò, suggerisce, a partire da un approccio semiotico, la lettura della vicenda di Edith Stein che nel racconto della Mészàros diviene parabola del cammino attraverso sette stanze, esplicito riferimento a Teresa d'Avila, l'ultima delle quali - la camera a gas - è anche il ritrovare (e ritornare) nel grembo della madre (e della terra), luogo e tempo che custodisce il mistero avvolgente e originario della vita.

Il volume, che raccoglie parte del materiale della tesi dottorale in storia del cinema, affronta il rapporto tra il cinema, come arte e istituzione, e la curia ambrosiana nella prospettiva della duplice pedagogia della chiesa che muove dall'entusiastica accoglienza e generoso coinvolgimento ai più severi richiami specialmente in ambito morale. La storia, ricostruita attraverso materiale d'archivio, dai documenti ufficiali alle dichiarazioni, articoli, a materiale talvolta inedito, è raccontata a partire dai cardinali Andrea Carlo Ferrari, Eugenio Tosi, Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini, Giovanni Colombo, seguendone le scelte più coraggiose, le prese di posizione più significative e ripercorrendo gli episodi cinematografici salienti che ebbero come teatro la città, tra cui l'istituzione della Coppa Card. Ferrari per il cinema educativo nel 1909, alle prime forme di coordinamento delle sale, alla nascita di associazioni e di riviste, allo sviluppo dell'esperienza cineforiale fino al "caso" de La dolce vita. La storia milanese si arricchisce così di un nuovo capitolo, appassionante e ricco di spunti inattesi, che getta nuova luce sulla storia di una Curia che, fin dai primi anni del secolo, sognava una sala per ogni campanile.

Il cinema, nella sua storia centenaria, ha dedicato grande attenzione alla figura del prete, mettendo in luce diversi aspetti e cogliendone diverse sfumature. Questo volume ripensa il ministero sacerdotale sulla scorta delle suggestioni e delle intuizioni sviluppate dal cinema, il mezzo di comunicazione che maggiormente ha influenzato l'immaginario del nostro secolo. Nella prima parte, Preti dal "finto" e dal "vero", Dario Edoardo Viganò si sofferma su alcuni elementi caratterizzanti dell'essere prete oggi, utilizzando come esempio alcune figure rese famose dal cinema (come il "curato di campagna" di Robert Bresson o il don Giulio di La messa è finita di Nanni Moretti), ma proponendo anche la testimonianza di alcuni sacerdoti che vivono il loro ministero nel nostro tempo. Nella seconda parte, Preti di celluloide, Ezio Alberione passa in rassegna la fortuna cinematografica dei preti individuando le tipologie ricorrenti e i giudizi di valore sottesi alle varie rappresentazioni, un campionario di ritratti che, come scrive nella prefazione il card. Carlo Maria Martini, interpella il lettore e lo spettatore «a confrontarsi con una presenza che sullo schermo e di più nella vita, non è mai casuale e priva di significato».
"A publicidade social. Reflexões sócio-semióticas" è il titolo del saggio di Dario Edoardo Viganò pubblicato sulla rivista scientifica brasiliana «ALCEU. Revista de Comunicação, Cultura e Política», rivista della Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro. L'articolo di Viganò offre un approfondimento analitico sulla pubblicità sociale secondo l'approccio metodologico della sociosemiotica, sottolineando come "il Social Advertising costituisca un campo di indagine ideale per la sociosemiotica, dal momento che si configura come una pratica discorsiva che nasce per rendere visibili, all'interno di differenti tipologie di testi, questioni drammatiche spesso relegate ai margini dell'agenda dei media. All'interno dello scenario comunicativo della pubblicità sociale, acquista un rilievo particolare l'unconventional, un ripensamento radicale delle tradizionali strategie di costruzione del contatto con il destinatario, scavalcando i modelli consolidati sia dell'eufemismo sia del terrorismo, per sperimentare soluzioni espressive alternative. La non convenzionalità si estende, dunque, all'intera campagna considerata in un'ottica crossmediale, passando per l'uso originale degli spazi metropolitani, per la diffusione virale del passaparola e per un ripensamento profondo della forma dello spot, soprattutto attraverso la Rete". La pubblicità sociale unconventional ricerca, pertanto, in maniera esplicita la collaborazione del destinatario nella costruzione della sua efficacia virale e le categorie che entrano in gioco in questo livello sono l'ambient e il viral.
"Il cinema con il cappello. Borsalino e le altre storie", è il titolo del catalogo edito da Corraini e curato da Elisa Fulco, nonché della mostra inaugurata nel gennaio del 2011 alla Triennale di Milano, dedicati al cappello nel cinema. Il progetto sostenuto dalla Fondazione Borsalino, curato sempre dalla Fulco insieme a Gianni Canova (Ordinario di Storia e critica del cinema, Università IULM di Milano, e cristico cinematografico per Sky Cinema), propone un viaggio attraverso i linguaggi della contemporaneità, tra arte cinematografica e storia del costume. La mostra presenta non solo la storia cappello maschile in feltro, che ancora oggi porta il nome del fondatore Giuseppe Borsalino, ma propone tutte le evoluzioni e deviazioni di cui il copricapo è stato ed è protagonista, nella vita come nel cinema. Tra i contributi del catalogo, "Le forme della devozione: tiara, kippah e altri cappelli liturgici" di Dario Edoardo Viganò, che ripercorre le ri-figurazioni dei preti offerte dal cinema. "Si scopre come molti di loro" - spiega Viganò - "sono raccontati anche a partire dal cappello. A volte serve a renderli immediatamente riconoscibili, altre volte è il mezzo che usa il regista per iniziare con lo spettatore un gioco di rimandi e di significati. Probabilmente il primo che torna alla mente, il più semplice, è quello indossato dal corrotto prete Cirillo in Il cappello da prete (1944) di Ferdinando Maria Poggioli, film che prende le mosse dal romanzo di Emilio De Marchi, caso letterario a fine Ottocento. Sono però i sacerdoti come don Camillo, reso indimenticabile da Fernandel, a rimanere più impressi nella memoria collettiva. Preti buoni e vicini alla gente, in grado di dialogare con Dio e un attimo dopo di prendere al volo il cappello e correre a litigare con il sindaco comunista del paese. Sacerdoti capaci anche di lasciare a casa il loro cappello, per indossare un colbacco e partire alla conquista della Russia tanto vagheggiata da Peppone (Gino Cervi) in Il compagno Don Camillo (1965) di Luigi Comencini". Oltre a Viganò, a firmare i saggi del catalogo sono Francesco Alò, Stefano Bartezzaghi, Mario Boselli, Gianni Canova, Emanuele Enria, Paolo Fabbri, Giusy Ferré, Elisa Fulco, Roberto Gallo, Giorgio Gosetti, Franca Sozzani e Sergio Toffetti.
Nel volume curato da Marco Cardinali, "Pastori dinanzi all'emergenza educativa. Per la formazione dei formatori" (edito dalla Lateran University Press), che raccoglie gli interventi del primo "Corso di formazione teologico-pastorale per sacerdoti" tenutosi nel 2010-2011 alla Pontificia Università Lateranense, viene proposta una riflessione interdisciplinare sul tema dell'educazione, sull'urgenza educativa, una sfida che coinvolge singoli, famiglie, Chiesa e società. Dario Edoardo Viganò, nel suo saggio "Preti ed educazione: per uno sguardo istruito nei sentieri dei cambiamenti epocali", affronta la questione educativa secondo un approccio sociosemiotico, legato alle teorie del linguaggio e dei processi comunicativi. "Emergenza" - sostiene Dario E. Viganò - "sfida, compito: si tratta di sfumature che sottolineano il carattere non accessorio di un attenzione che deve essere sempre vigile ai mutamenti socio-antropologici, se la posta in gioco è l'educazione, ovvero un processo che ha a che fare con il senso, il senso della vita, del futuro, dell'esistenza stessa dell'uomo. E al cuore dell'emergenza educativa pulsa la questione centrale e decisiva, la dimensione antropologica, oggi più che mai sottoposta ad una scomposizione tra razionalità e vissuto emotivo. Non si tratta pertanto di occuparsi soltanto di metodi, pur rilevanti nella riflessione pedagogica perché il processo educativo possa essere attestabile, ma occorre anzitutto pre-occuparsi di comprendere i cambiamenti della realtà stessa dell'uomo".
Dedicato alla memoria di mons. Vito Pernicone, arciprete di Regalbuto in Sicilia dal 1943 al 1993, è il volume Apta mihi. Ricordo del ministero parrocchiale di mons. Vito Pernicone (Euno Edizioni 2011), curato da Felice Scalia S.J. Nel testo Dario Edoardo Viganò affronta il tema del tria munera nel saggio "Profeti, sacerdoti e re: attualità e riformulazione dei tria munera". "Accade spesso" - sostiene Viganò - "leggendo testi magisteriali, studi e articoli di teologia pastorale, o analizzando con una certa attenzione progetti pastorali diocesani e parrocchiali, di ritrovare, più o meno evidente e consapevole, la classica triade dei tria munera, ovvero del triplice ufficio profetico, sacerdotale, regale, diversamente declinata come catechesi, liturgia, carità o annuncio, celebrazione, servizio e in altre forme simili. Quali sono le origini di queste impostazioni? A chi propriamente si riferiscono? L'oggetto specifico della nostra riflessione sarà l'interrogativo sull'attualità della trasposizione al piano della prassi pastorale di tale categoria e della sua opportunità a proposito della parrocchia. Questo breve percorso si articolerà in tre passaggi: 1. l'origine dello schema del triplex munus; 2. la svolta antropologica del Convegno di Verona in relazione all'azione pastorale; 3. la possibile riformulazione delle due istanze in ordine alla riflessione teologico-pastorale sulla parrocchia". Oltre al contributo di Dario E. Viganò, il volume ospita gli scritti di Erio Castellucci, Antonio Baionetta, Angelo Plumari, Franco Giulio Brambilla, Tanino Tripodi, Nunzio Capizzi, Olivo Bolzon e Dario Vitali.
Il cinema: ricezione, riflessione, rifiuto, in AA.VV., Cristiani d'Italia. Chiese, società, stato, 1861-2011, 3 Voll., direzione scientifica A. Melloni, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 2011, pp. 1389-1409.
In occasione del 150° anniversario dell'Unità nazionale, l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, in collaborazione con la Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII e Sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ha realizzato l'opera in tre volumi "Cristiani d'Italia: Chiese, Stato e Società 1861-2011", con la direzione scientifica di Alberto Melloni. Oltre un centinaio di autori in un'opera dedicata alla ricostruzione storica e al dibattito storiografico sulla nascita e sui primi passi dello Stato unitario, guardando al modo in cui il cristianesimo si è evoluto, dal 1861 al 2011, nella realtà storica dell'Italia e ne sia stata condizionata in stagioni diverse. Dario Edoardo Viganò, nel saggio "Il cinema: ricezione, riflessione, rifiuto", affronta il rapporto tra cinema e Chiesa cattolica: dalla doppia pedagogia della Chiesa nella stagione iniziale della settima arte, ai primi interventi di richiamo, nonché i documenti del magistero, in particolare di Pio XII; dagli anni Sessanta, stagione del boom economico e del Concilio ecumenico Vaticano II, con la revisione e classificazione dei film e la preoccupazione morale, nonché l'acceso dibattito sul film "La dolce vita" di Fellini e il dialogo aperto da "Il Vangelo secondo Matteo" di Pasolini; ancora, i prodromi dell'associazionismo, l'Azione cattolica, l'Ente dello spettacolo e l'avvio di associazioni cinematografiche, così come le ambizioni produttive dei cattolici. "La stagione degli anni Sessanta, ad esempio" - sottolinea Dario E. Viganò - "costituisce un'occasione di cambiamento. Interessanti segnali di apertura si registrano anche sotto il profilo della morale e della censura. Un caso significativo è certamente l'accoglienza positiva che la Chiesa riserva al Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini. Il film, infatti, preceduto da molte polemiche, per la figura del regista e per il caso de La ricotta, riceve alla Mostra del cinema di Venezia il Gran Premio dell'OCIC. Ma ancor prima delle polemiche legate alla figura di Pasolini, si registra l'episodio emblematico e controverso riguardante La dolce vita (1960) di Federico Fellini e la sua presentazione al Centro culturale San Fedele di Milano, il 31 gennaio del 1960, un vero e proprio casus belli ideologico. La proiezione genera pareri accesi e discordanti, ma l'uscita nelle sale italiane viene invece accolta con entusiasmo dal pubblico".
Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, Roma 2010, pp. 187-204
"Il pensiero di Paul Ricoeur sulla morte, sulla vita fino alla morte, può essere occasione feconda per tracciare un confronto e un rimando agli sguardi, poetici e problematici, di alcuni grandi autori della settima arte. La morte nel cinema è, infatti, topos ricorrente, presenza centrale e costante nella cinematografia di molti registi, come Pier Paolo Pasolini, Ingmar Bergman, Robert Bresson, Andrei Tarkovskij, Krzysztof Kieślowski o Clint Eastwood". È quanto sostiene Dario Edoardo Viganò nel suo saggio "Sguardi sulla morte. La riflessione ricoeuriana di "Vivo fino alla morte" e le visioni del cinema sulla soglia del mistero", contenuto nel testo curato da Daniella Iannotta, Sentieri di immaginazione. Paul Ricoeur e la vita fino alla morte che raccoglie gli atti del Convegno Internazionale di Studi Il filosofo e la rappresentazione cinematografica. "Rileggere alcune ri-figurazioni cinematografiche sul tema della morte" - afferma Viganò nel suo contributo - "è anzitutto compito di responsabilità dello sguardo chiamato a riconoscere nel dispositivo testuale variegate architetture di senso come lo stesso Bresson ricorda: «Io vorrei riuscire a vedere qualcosa d'altro sullo schermo che dei copri in movimento, vorrei riuscire a rendere percepibile l'anima e questa presenza di qualcosa di superore che si trova sempre là, di qualcuno che è Dio [...]». Non solo architetture di senso da rintracciare e seguire con sguardo di passione, ma anche relazione con uno sguardo spettatoriale con cui si snoda il denso vibrare del misterioso gioco di condivisione dell'esperienza. Pertanto affondi, evocazioni su altrettante esperienze cinematografiche nelle quali il pensiero ricoeuriano, squarcia spazi di cielo nella mente e del cuore dello spettatore".
Atti del secondo convegno di studi Letteratura cristiana e letterature europee (Imperia, 17-18 ottobre 2008) - Edizioni EDB (in corso di stampa 2010). "La saggistica e la convegnistica hanno mostrato in questi ultimi anni un particolare interesse per il sacro (i suoi simboli e le sue retoriche di narrazioni) nei dispositivi testuali in genere, soffermandosi con attenzione specifica sul rapporto tra i testi biblici e le riscritture audiovisive, occupandosi anche del rapporto tra cinema e la storia di Gesù. All'abbondanza di testi, convegni e seminari di studio, corrisponde una molteplicità di approcci che a volte difficilmente si integrano in una prospettiva composita e unitaria". Con questa premessa si apre il contributo di D. E. Viganò, Cinema cristologico e riscritture audiovisive. Il problema delle traduzioni intersemiotiche, in S. Isetta (a cura di), Il volto e gli sguardi. Bibbia letteratura cinema, EDB, Bologna 2010, pp. 21-31. che raccoglie gli atti del Convegno di Studi svoltosi presso il Dams di Imperia, Facoltà di Lettere e Filosofia, dell'Università di Genova, il 17 e 18 ottobre 2008. Viganò, rintracciando anzitutto i principali snodi della storia del cinema cristologico, dalle prime Passio dei fratelli Lumière del 1897 sino alla soglia degli anni Duemila, a La Passione di Cristo (The Passion of the Christ, 2004) di Mel Gibson, passando per l'imponente stagione dei kolossal biblici hollywoodiani e lo sguardo per sottrazione di Pier Paolo Pasolini, ha affrontato poi ampiamente la questione delle varie metodologie di analisi del testo cinematografico, adottando in particolare la prospettiva analitica della semiotica. "Il film, come ogni testo si offre a una molteplicità di approcci analitici che, con specifiche metodologie, avviano a percorsi interpretativi altrettanto variegati e tra loro differenti. Pur facendo ricorso a elementi derivanti dalle discipline del testo, privilegeremo un approccio semiologico consapevoli del fatto che il dispositivo testuale in esame, attualizzando le proprie potenzialità comunicative, può non soltanto veicolare dati e informazioni, ma - sempre reclamando la diretta cooperazione dello spettatore - può far convergere su dati e informazioni le più variegate architetture di senso".
L'Eredità del magistero di Pio XII - Lateran University Press.
"Nel 1939, con l'elezione al soglio di Pietro di Pio XII, fino a quel momento Segretario di Stato, ha inizio un pontificato che sotto il profilo mediatico spicca per la sua modernità". È la riflessione che Dario Edoardo Viganò propone nel suo contributo Pio XII, i media e la comunicazione per il volume curato da Philippe Chenaux, L'Eredità del magistero di Pio XII, opera che raccoglie gli atti del Convegno L'Eredità del magistero di Pio XII. Convegno nel 50° anniversario della morte del Servo di Dio, organizzato dalla Pontificia Università Lateranense e dalla Pontificia Università Gregoriana, il 6, 7 e 8 novembre 2008 a Roma. Viganò ha offerto una lettura analitica sulla comunicazione del pontificato di Pio XII (dal 1939 al 1958), stagione in cui muta, cresce straordinariamente il rapporto tra Chiesa e i mass media. L'impulso all'«Osservatore Romano», i Radiomessaggi, i due Discorsi sul film ideale, la Lettera enciclica Miranda Prorsus (1957), sono alcuni dei momenti che contraddistinguono il pontificato di Pio XII. In ambito cinematografico, spiega ad esempio Viganò, con Pio XII la Chiesa trasforma l'atteggiamento critico da difensivo a propositivo: è la "prima volta che non si attivano comunicazioni interne, bensì rivolte direttamente all'intera società, attraverso l'innovativo utilizzo di un codice comunicativo non più circoscritto in una dimensione morale e censoria".
L'immagine di Gesù nella storia del cinema, catalogo della mostra Ecce Homo. L'immagine di Gesù nella storia del cinema - Edizioni Museo Nazionale del Cinema.
"L'eterogeneità delle ri-figurazioni audiovisive della vicenda di Cristo, necessita almeno due precisazioni: una relativa all'oggetto e una al metodo. I racconti della vicenda di Cristo, infatti, oltre ad essere uno specifico all'interno delle retoriche di narrazione del sacro, attraversano l'intera vicenda della storia del cinema, in cui, troviamo film che hanno dato forma a racconti (romanzi) come ad esempio L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ, 1988) di Martin Scorsese, la cui storia prende le mosse dal romanzo L'ultima tentazione dello scrittore greco Nikos Kazantzakis (1951), o film che solo tangenzialmente toccano la storia di Gesù come La dolce vita di Federico Fellini (1960), emblematico affresco sulla decadenza della vita contemporanea, che si apre con la ripresa di una statua di Cristo trasportata in elicottero che sembra accarezzare le periferie romane". A partire da questa puntualizzazione si sviluppa il saggio di Dario Edoardo Viganò, Il tuo volto, Signore, io cerco (Sal. 26), per il Catalogo, curato da Silvio Alovisio, Nicoletta Pacini e Tamara Sillo, della mostra Ecce Homo. L'immagine di Gesù nella storia del cinema, allestita nel Museo del Cinema di Torino dal 26 marzo al 6 giugno 2010. Il contributo di Viganò, nello specifico, prende in esame "film che trattano direttamente la storia di Gesù consapevoli della necessità di disambiguare tra i film che assumono come fonte diretta il testo evangelico e i film che, diversamente, adottano e rielaborano l'immagine diffusa su Gesù a partire dall'immenso e indefinito materiale su Gesù". Non mancano nel saggio riferimenti ai dispositivi filmici che, nella retorica del racconto, trattengono la forza del rimando, tratteggiando i personaggi come figurae Christi.
in Fondazione Ente dello Spettacolo, I preti al cinema. I sacerdoti e l'immaginario cinematografico. Priests in Cinema. Priests and the Cinematic Image - Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo
"Generi, scuole e autori spesso hanno raccontato i preti, le vicende biografiche più o meno complesse, la passione per il proprio ministero, contribuendo così alla riconfigurazione e alla risignificazione della figura stessa del sacerdote nell'immaginario collettivo e nella società contemporanea. [
] ripercorrere le grandi narrazioni cinematografiche sul prete significa anche poter cogliere le questioni cruciali, dal punto di vista culturale, di un determinato contesto storico entro cui viene maturando una rappresentazione del ministero sacerdotale e cogliere, almeno in parte, le aspettative del pubblico il cui sguardo «fa la spola tra lo schermo e la propria soggettività, tra il cinema e la vita, quasi che l'uno fosse in qualche modo riflesso dell'altra» (E. Alberione, D.E. Viganò 1995)". È quanto scrive Dario Edoardo Viganò, nel saggio iniziale del Catalogo I preti al cinema. I sacerdoti e l'immaginario cinematografico. Priests in Cinema. Priests and the Cinematic Image, che la Fondazione Ente dello Spettacolo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, ha realizzato per la mostra dall'omonimo titolo, inaugurata il 24 maggio 2001 presso la Sala Nervi della Città del Vaticano, alla presenza di S.E. il card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, e del regista Carlo Verdone. Il volume raccoglie le fotografie che compongono la mostra, ovvero fotografie di set cinematografici selezionate da un team scientifico e messe a disposizione dall'immenso archivio della Cineteca Nazionale. "[
] le figure di preti, parroci e missionari che abbiamo evocato" - afferma Viganò - "a partire da Rossellini per arrivare a Verdone, lambiscono le grandi stagioni e le autorevoli scuole del cinema italiano e internazionale: dal Neorealismo, fino alla commedia amara dei nostri giorni. Sono personaggi che sedimentano nelle nostre coscienze e nei nostri ricordi, parte del nostro immaginario cui dare omaggio attraverso le fotografie racchiuse in questo catalogo, istantanee sottratte al fluire della narrazione filmica, osservate come attraverso una lente di ingrandimento che permette di fissare i particolari".
"I preti al cinema. I sacerdoti e l'immaginario cinematografico" è il titolo del catalogo, nonché della Mostra, della Fondazione Ente dello Spettacolo, realizzati in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, sulla figura del prete nella storia del cinema, dal periodo del muto ad oggi. La Mostra, inaugurata nel maggio del 2010 nella Sala Nervi in Vaticano, alla presenza del card. Angelo Bagnasco (Presidente della Conferenza episcopale italiana) e del regista Carlo Verdone, propone una variopinta galleria di personaggi: dal don Bosco portato sullo schermo da Giampaolo Rosmino nel capolavoro di Goffredo Alessandrini del 1935, al don Camillo a cui Fernandel ha prestato magistralmente più volte il proprio volto, fino al disilluso don Giulio di "La messa è finita" (1985) di Nanni Moretti e al modernissimo padre Carlo di "Io, loro e Lara" (2010) di Carlo Verdone. "Generi, scuole e autori" - afferma nel suo saggio Dario Edoardo Viganò - "spesso hanno raccontato i preti, le vicende biografiche più o meno complesse, la passione per il proprio ministero, contribuendo così alla riconfigurazione e alla risignificazione della figura stessa del sacerdote nell'immaginario collettivo e nella società contemporanea. In qualche modo i media sono «uno specchio (magari idealizzato, o magari deformato, ma non per questo meno fedele) dei gesti, delle abitudini, delle aspirazioni, delle credenze e dei valori che danno corpo ad una cultura» (F. Casetti, Milano 1993); ripercorrere le grandi narrazioni cinematografiche sul prete significa anche poter cogliere le questioni cruciali, dal punto di vista culturale, di un determinato contesto storico entro cui viene maturando una rappresentazione del ministero sacerdotale e cogliere, almeno in parte le aspettative del pubblico il cui sguardo fa la spola tra lo schermo e la propria soggettività, tra il cinema e la vita, quasi che l'uno fosse in qualche modo riflesso dell'altra". Oltre al contributo di Dario E. Viganò, il catalogo ospita i saggi di Gianluca Arnone, Alberto Barbera, Gianluca Farinelli, Silvio Grasselli ed Enrico Magrelli.
"Il cinema ha spesso attinto ai racconti che hanno ricostruito la vicenda di Cristo oppure al materiale che ha popolato l'immaginario sociale, a racconti che si proponevano di narrare la storia di Gesù, tra quali ricordiamo L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ, 1988) di Martin Scorsese, la cui storia prende le mosse da L'ultima tentazione dello scrittore greco Nikos Kazantzakis (1951). La produzione cinematografica non ha mai smesso di dare forma al racconto della vita di Gesù visitandolo, fino ai giorni nostri, a volte con un andamento catechistico, altre volte con modalità trasgressive". È quanto sostiene Dario Edoardo Viganò nel suo saggio, L'immagine di Gesù nella storia del cinema. Tra provocazioni e prospettive analitiche, nella rivista "Arte e Fede. Informazioni U.C.A.I. Quadrimestrale di Arte e Cultura" (n. 38-39, maggio-dicembre 2010). Oltre a una ricognizione di carattere storico sulle ri-figurazioni cinematografiche biblico-cristologiche, Dario E. Viganò offre un guadagno analitico, inserendosi nel dibattito dei Religious Studies, attraverso la prospettiva metodologica della semiotica. "Nell'affrontare la questione di carattere analitico, possiamo anzitutto riconoscere come la multidisciplinarietà dei Religious Studies consenta, certamente, il delinearsi di differenti approcci d'indagine. Sempre più numerosi, infatti, sono gli studi sul cinema religioso, sulle ri-fiurazioni bibliche e cristologiche, proposti con differenti metodologie di ricerca. Ricorrendo al guadagno della semiotica, oltre alla necessaria opera di riconoscimento e scomposizione degli elementi testuali, nel caso delle ri-figurazioni cinematografiche della vicenda di Cristo, è fondamentale porre attenzione al concetto di traduzione, categoria spesso marginale del dibattito teorico almeno fino al XX secolo che, come si comprende, dovrà fare i conti con una doppia fedeltà: alla sua fonte (testo evangelico) e ai suoi destinatari (spettatori)".
Un testo cinematografico non si costituisce mai unicamente come un semplice mezzo attraverso cui qualcuno s'incarica di comunicare qualcosa a qualcun altro. Infatti, un film può non solo veicolare informazione ma - forse e soprattutto - può far convergere su dati e informazioni le più variegate architetture di senso, orientando i propri assunti discorsivi in direzione connotativa e reclamando la diretta cooperazione dello spettatore. Pertanto è importante non solo, e non semplicemente, la verifica circa l'ipotesi che un film disponga della più immediata possibilità di articolare un discorso attorno ad un tema, ma anche, e soprattutto, la facoltà del dispositivo cinematografico di rendersi e rendere figura un concetto. In questa prospettiva di analisi - prendendo, dapprima, in esame due grandi maestri, Robert Bresson e Krzysztof Kieslowski, e indicando, successivamente, ulteriori possibili percorsi - viene indagato il rapporto tra cinema e salvezza (dinamica della salvezza e storie di salvezza). Emerge che l'analisi di alcuni film contemporanei è un test serio sulla cultura del nostro tempo. Si potrà scoprire che il tema della salvezza è più che mai presente, anche nella sua dimensione religiosa. Dal confronto con questa forma di espressione artistica e culturale anche chi annuncia la salvezza offerta da Cristo può imparare, può trovare motivi di riflessione e stimoli per il linguaggio e l'azione.
Il "continente digitale" ha portato, negli ultimi anni, novità rivoluzionarie nelle comunicazioni sociali. Dall'originaria scoperta della navigazione attraverso i motori di ricerca e della posta elettronica, caratteristiche della prima fase della Rete, si è passati ora a un nuovo scenario multimediale grazie al Web 2.0, con elevate opportunità d'interazione legate allo sviluppo di social network come YouTube, Facebook, Twitter, MySpace, etc. Questi sono divenuti veri "agenti di socializzazione", che si aggiungono agli altri soggetti come la famiglia, la parrocchia, la scuola. La Chiesa, consapevole del fatto che il bene prezioso del Vangelo urge l'annuncio e la missione, accoglie la sfida della nuova dimensione della Rete, un mezzo straordinario in grado di "promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell'amicizia", come afferma papa Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 43ª Giornata mondiale per le comunicazioni sociali.
Il cinquantesimo anniversario della proiezione al Festival di Cannes del film di François Truffaut "I quattrocento colpi" è occasione per ripensare la modernità della settima arte a partire dalla "Nouvelle Vague", stagione creativa che si è imposta - in Francia e all'estero - come un'ondata di rinnovamento rispetto al fare cinema precedente. Autori quali François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol, Eric Rohmer hanno saputo porsi in dialogo con la modernità, con un doppio sguardo: verso il nuovo, il bisogno di nuova tecnica, di nuovi mezzi per raccontare in modo diverso, e verso il passato, nella scelta ben definita dei propri padri spirituali, tra cui Roberto Rossellini e la lezione del neorealismo. Con questi presupposti è nata la nuova estetica, considerata anche nuova etica, proposta dai registi della "Nouvelle Vague". Intuizioni e scelte, queste, di cui si continua a parlare usandole come termine di riferimento o di continuità anche nel cinema di oggi.
San Paolo è modello ed icona per l'evangelizzazione odierna. Analizzando la sua esperienza missionaria ad Atene emerge come questa sia paradigmatica dell'attuale contesto culturale ed ecclesiale. Nell'areopago della grande città greca, l'apostolo accetta una sfida originale: l'inculturazione della fede. E inaugura uno stile "geniale": collocarsi all'interno delle attese e degli interessi degli interlocutori. Le sue scelte e l'esito da esse scaturito - seppur fallimentare - stimolano una riflessione sul rapporto della fede con la cultura e sul suo inserimento concreto nelle trame dell'attuale contesto socio-culturale. Prima di ogni cosa, però, è importante essere curiosi di Atene, ossia della "città" in cui si vive. I cristiani, quindi, sono chiamati a vivere con responsabilità l'attuale contesto socioculturale della postmodernità. Sono chiamati a capire Atene; a dare un nome ai nodi che l'attraversano e l'agitano. Sono chiamati ad agire su di essi per restituire agli uomini e alle donne di oggi la capacità d'incontrare Cristo.
La questione di un'etica dello spettacolo cinematografico - questione di per sé ricchissima di sotto-implicazioni - non può essere analizzata a partire da un livello di analisi definito ed univoco, ma si gioca, in primo luogo, entro il quadro della natura complessa, "a falde", del dispositivo testuale cinematografico (la sua connaturata disposizione a conglobare aree espressive, segni, codici diversi ecc.). In secondo luogo, si gioca nel rapporto altrettanto sfaccettato e articolato che il film intrattiene con lo spettatore, che fa esistere il testo nel momento stesso in cui inizia a interagire con esso nei modi più diversi. È proprio su questa relazione multiforme e articolata che si definirà la questione etica: non basterà il livello tematico della rappresentazione, né in senso stretto le forme attraverso cui i contenuti si cristallizzano all'interno del film, ma più profondamente la possibilità che lo spettatore, corrispondendo alla richiesta di quei livelli di essere pienamente concretati, possa lasciar agire la propria libertà responsabile e consapevole in relazione al discorso che il film sviluppa e possa liberamente articolare la propria azione interpretativa senza che il testo ne prefabbrichi una o più d'una per lui. È in questa ricchezza di sfaccettature - o forse in questa specie d'illimitato abisso dell'interrogazione - che il cinema più adulto continua a guardare e a mostrare le grandi questioni dell'esistenza.
Perplessità e ombre nelle decisioni della Giuria della 62ª edizione del Festival di Cannes. Un'edizione che rischia di passare alla storia più per le esclusioni che per i suoi vincitori. Ad esempio, lascia qualche interrogativo la scelta di assegnare la Palma d'oro al film "Il nastro bianco" del regista austriaco Michael Haneke. Infatti, l'intenzione poetica di Haneke è simile a quella di Marco Bellocchio in "Vincere". In entrambi i casi vi è un'idea negativa della storia, inestricabile rete di grande e piccolo, pubblico e privato, razionale e irrazionale, impigliata nell'ineludibile scoglio del male. Suscita perplessità, dunque, l'atteggiamento bifronte della giuria verso queste due operazioni, così come non convincono appieno le decisioni sui riconoscimenti minori: le scelte di Charlotte Gainsbourg come miglior attrice protagonista ("Antichrist"), del filippino Mendoza per la regia ("Kinatay") e dell'ex aequo tra "Fish Tank" e "Thirst" per il Premio della giuria. Ombre di un Festival di buon livello, ma che, probabilmente, verrà ricordato per le esclusioni eccellenti (Bellocchio, Loach e Almodovar su tutti).
Fino a quando si può piangere per un caro scomparso? Fino a quando il mélo potrà ripercorrere i suoi passi per scoprire di avere inesorabilmente smarrito la meta? È inutile girarvi intorno: il melodramma cinematografico è morto. È morto nella sua pienezza di genere. Si pensi, ad esempio, al mélo hollywoodiano della regalità classica (come "Via col vento"), uno schema di rappresentazione che forniva alla società americana (e non solo) modelli comportamentali. Tale schema ha subito, negli anni, diversi punti di svolta e rivisitazioni fino a "Ultimo spettacolo" di Peter Bogdanovich (1971), film che chiude letteralmente la stagione classica del mélo dando avvio alla sua dispersione. Guardando ai giorni nostri, dalle declinazioni esemplari di Almodòvar fino a quelle di Ozpetek e molti altri, emergono diverse forme in cui il genere, per volontà di autori restii a vederlo morire, si è rinnovato e ripresentato sotto altre forme. Ma fino a quando il mélo potrà ripercorrere i suoi passi per scoprire di avere inesorabilmente smarrito la meta?