Tempi tribolati per sovrani e monocrazie? Non al cinema. Trionfa agli Oscar Il discorso del re – miglior film, regia (Tom Hooper), attore protagonista (Colin Firth) e sceneggiatura originale (David Seidler) – ed è la vittoria del “giusto monarca”: Giorgio VI è la nemesi del tiranno, perché vicino alla sua gente, perché fieramente democratico, perché potentemente debole (la balbuzie, anziché un limite, si rivela il vero punto di forza del personaggio, il segno di un’umanità inoppugnabile che spazza via le distanze tra governanti e governati). Il film di Hooper – salvi i suoi indiscutibili meriti artistici (ottima confezione, grande prova di attori, sceneggiatura di ferro) – è poi un elogio alla debolezza che, nelle forme paradigmatiche del racconto di maturazione, esalta il coraggio di liberarsi dalle proprie paure, andando oltre se stessi e la situazione. Possibile dunque ritrovare nella scelta dell’Academy più di una suggestione politica, il filo di un Discorso intonato al grido di rivolta che scuote il mondo non libero, dal Nord Africa al Medio Oriente.
Quello che non riesce a The Social Network di David Fincher (tre statuette: sceneggiatura non originale, montaggio e colonna sonora), il vero sconfitto dell’83ma edizione degli Oscar: probabilmente per progettualità estetica, azzardo narrativo e senso della messa in scena, il film su Facebook era superiore agli altri ma ha finito per pagare l’assenza di un’esplicita prospettiva sociale sulla “Rete” e il scarso afflato liberal. Dispiace per Fincher, che era già stata gabbato due anni fa con Il curioso caso di Benjamin Button, 13 nomination e 3 statuette “minori”), ma Il discorso del re “ha saputo” cogliere meglio di chiunque altro il sentimento del tempo, caratterizzato dal ritorno sulla scena madre dei grandi ideali politici. Nulla da eccepire invece sui riconoscimenti agli attori, con i meritatissimi premi a Colin Firth e Natalie Portman (Il cigno nero) tra gli attori protagonisti, e quelli ai due straordinari “non protagonisti” di The Fighter, Christian Bale e Melissa Leo (da non perdere lo speciale sul cinema e la box di questo numero). E a proposito del nuovo vento politico, forte è soffiato anche sul Festival di Berlino, dove l’Orso d’Oro è andato all’iraniano Nader & Simin: a Separation di Asghar Farhadi, piccola storia quotidiana che mette a nudo però i problemi di un paese. Alla manifestazione tedesca RdC dedica un ampio servizio, impreziosito dal pezzo del regista indiano Shekhar Kapur che dismette i panni del cineasta per vestire quelli dell’opinionista. Titolo del suo intervento? Rinascimento arabo, ovviamente…
“Re Giorgio? La nemesi del tiranno: vicino alla gente, democratico, fieramente debole. In breve da Oscar”
