Venezia alle spalle, Roma alle porte. RdC dedica ai due maggiori festival italiani ampio spazio, facendo del primo un bilancio – corredato dalle schede di valutazione dei film in cartellone – e del secondo un discorso di prospettiva, segnalandovi gli eventi più attesi della sesta edizione.
In mezzo “Frontiere”, manifestazione che ha debuttato a Bari, proponendo volti e testimonianze del melting pot americano (la gemma era l’adattamento realizzato da Tommy Lee Jones di Sunset Limited di McCarthy). Piccolo festival, grande qualità. Misurabile in termini di diversificazione della proposta.
Unica nel suo genere anche quella del Lumière di Lione (servizio pag. 26), diretto da Thierry Fremaux e presieduto da Bertrand Tavernier, incentrato sui film restaurati e quelli introvabili, conservati nelle cineteche del mondo. Chicca della terza edizione sarà la proiezione del Fuoco, capolavoro del muto di Giovanni Pastrone, frutto della collaborazione con Gabriele D’Annunzio, nella versione restaurata dal Museo del Cinema di Torino, ospite d’onore della kermesse.
La difesa del cinema passa anche dai premi. Sacrosanto il Leone d’Oro alla carriera a Marco Bellocchio. Ineccepibile il Leone d’Oro al Faust di Aleksandr Sokurov, che ha vinto anche il Signis ed è stato nostro gradito ospite al Lido, per la presentazione del volume a lui dedicato, Osservare l’incanto di Denis Brotto, edito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo. Un viaggio a 360 gradi nel cinema di un irriducibile difensore dell’arte e dell’umanesimo. Sokurov si conferma artista senza compromessi, regalando alla Mostra e a tutti noi un’opera monumentale sulla corruzione, la rovina e la morte da cui niente e nessuno si salva: “E’ importante allora – ricorda il regista – mantenere intatta almeno una cosa: la propria anima”. Quell’anima cercata, perduta o salvaguardata, anche dal cinema dei fratelli Dardenne, a cui abbiamo conferito il Premio Bresson 2011. Luc e Jean Pierre venivano per la prima volta in Laguna e non sorprende l’abbiano fatto proprio per il riconoscimento intitolato al maestro francese, “che ha formato il nostro sguardo”. E che ha insegnato loro la valorizzazione di ogni dettaglio, la convinzione che solo il lavoro di messa in scena può rivelare lo splendore della verità del reale, oltre la sua reificazione. Fino al paradosso di “non realizzare immagini: perché le immagini intrappolano le cose, intrappolano gli oggetti, intrappolano i corpi degli attori”. Bisogna allora rifiutarle? “No, liberarle dallo stereotipo. Usando l’immaginazione oltre le immagini”.
Strillo: Quando il cinema è al servizio della verità: Sokurov e i Dardenne
