Dopo Lucio Dalla, l’Italia perde un altro grande poeta: Tonino Guerra. Artista eclettico, italiano doc: campione dell’arte di arrangiarsi con tutto e di cimentarsi con ogni cosa: nel bene e nel male, nella bellezza soprattutto. Guerra si è espresso in molti modi: poesia, cinema, pittura, apologo. Affluenti tutti che sfociavano nel mare dolce della parola: “La parola – ha confessato una volta – è sempre stata salvezza, alla parola ho dedicato il mio lavoro”. Tonino Guerra non è stato solo trasversale alle forme, ma anche alle etichettature. Alla distinzione tra cultura alta e cultura bassa, lui preferiva questa: la capacità o meno di risonanza della lingua nel mondo della vita. Non deve sorprendere allora la sua predilezione per il dialetto: “E’ la lingua che conosco e sento meglio – diceva –. Le parole sono cariche di tradizione, a me sembrano più cariche, ogni parola contiene la storia di tutte le generazioni passate, i proverbi, le cose”. E’ stato tra i più grandi cantastorie della sue terra, la Romagna, ma con un afflato universale tale da meritare la definizione che di lui diede Elsa Morante: l’Omero della civiltà contadina. Con il grande greco condivideva la qualità icastica, figurativa del segno linguistico. Niente di strano allora che il poeta della parola abbia incontrato due poeti dell’immagine come Antonioni e Fellini, tra i nostri uomini di cinema quelli meno legati al testo scritto. Risonanze. Rifrazioni da segno a segno, dalla parola al mondo: “I versi sono polvere chiusa/di un mio tormento d’amore/ma fuori l’aria è corretta/mutevole e dolce ed il sole/ti parla di care promesse/così quando scrivo/chino il capo nella polvere/e anelo il vento, il sole/e la mia pelle di donna/contro la pelle di un uomo”. E’ un’altra grande voce a tessere trama e ordito di immagini e parole, interne folgorazioni ed epifanie del reale: Alda Merini. Alla poetessa meneghina è stato dedicato un premio letterario, Primaveradellapoesia, iniziativa che ha coinvolto, oltre al sottoscritto, molte personalità del mondo della cultura, non solo di quello letterario. Sconfinamenti, anche qui. Ho citato non a caso la poesia Terra santa, tra le sue più belle: il luogo in cui Dio ha scelto d’incontrare l’uomo – e dove RdC tornerà quattro anni dopo il viaggio per i suoi 80 anni – diventa per la Merini la soglia tra l’invisibile e il visibile, ineffabile contatto: dallo Spirito alla materia, passaggi e passaggi. Mistero che si dà a vedere, come un lampo. Una parola si è fatta immagine.
Archivio di marzo 2012
Parola fatta immagine
lunedì, 26 marzo 2012L’ora del riscatto
mercoledì, 7 marzo 2012
A The Artist gli Oscar più importanti: miglior film, regia, attore protagonista (Jean Dujardin), colonna sonora e costumi. Corona un cammino eccezionale, in cui questo gioiellino del muto ha vinto tutto quello c’era da vincere. E dire che la concorrenza agli Academy Awards era agguerrita, a partire dall’Hugo Cabret di Scorsese, che pure l’aveva superato in numero di candidature. Il film-omaggio a Méliès porta a casa comunque cinque statuette, tra cui quella alla scenografia che fa felice soprattutto il nostro paese perché significa terzo Oscar per Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. L’Italia che pochi giorni prima si era fregiata a Berlino di un riconoscimento ancora più importante, l’Orso d’Oro a Cesare deve morire dei Taviani, 21 anni dopo La casa del sorriso di Ferreri. Un’opera che restituisce dignità tanto al nostro cinema (e alla sua tradizione civile) quanto ai detenuti protagonisti. Troppo presto forse per parlare di un’inversione di tendenza, ma certo è che dopo questo premio difficilmente si potrà parlare ancora di provincialismo del nostro cinema. E’ sulle sue infrastrutture semmai che bisogna intervenire, sull’ammodernamento delle strutture, la razionalizzazione burocratica e istituzionale, i meccanismi di sostegno finanziari e legislativi: la presenza di un tecnico al Ministero dei Beni Culturali, potrebbe risultare decisiva per un’energica azione di rinnovamento. Al Ministro Ornaghi i nostri migliori auguri. Il cambiamento intanto sembra aver investito i festival: dopo la nomina di Barbera alla direzione della Mostra di Venezia, anche Roma cambia pelle, e testa. Dopo Rondi e la Detassis, tocca presumibilmente a Ferrari (presidenza) e Muller (direzione) rilanciare la kermesse capitolina. L’idea però di cambiare sede e date, sovrapponendo quest’ultime a quelle del Torino Film Festival, più che delineare quel cambio di passo auspicato rischiano di approfondire la cesura tra le diverse realtà festivaliere. Che dovrebbero invece operare in sinergia, al fine di rendere più ricca e variegata la proposta culturale. La strategia della cooperazione, con la creazione di network elastici, destinati a lavorare su obiettivi specifici è del resto la nostra mission da anni. La mostra fotografica “Famiglia all’italiana”, che racconta dell’evoluzione di questa istituzione attraverso le immagini del cinema, è un altro frutto buono di questa politica: realizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, sarà a Palazzo Reale a Milano fino al 1° aprile.